Politica Usa

«Lascia che ci pensi Allah!»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 I consigli di Sarah Palin a Obama sulla Siria e sulla Libia. La dimostrazione plastica che l'ala reality show della  destra USA è generalmente isolazionista. Quella raziocinante, invece, è tendenzialmente realista. Come Obama. Gli interventisti, invece,  non sono finiti com Bush figlio, visto che la tendenza Clinton è ancora in voga. E l'argomento delle armi di distuzione di massa gli dà una mano nel compito di vendere una guerra.

Huffington Post, Five Thirty Eight,  paferrobyday


Serve un bambino per dire che il re è nudo

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Oggi il New York Times - assieme a un durissimo editoriale contro Barack Obama per il caso NSA/Verizon e la successiva scoperta del programma PRISM - pubblica un ritratto corretto, ma con un sottotesto parecchio livido, di  Glenn Greenwald, l'attivista-blogger (ora editorialista del Guardian)  che, con due articoli sul giornale inglese,  ha fatto scoppiare il caso.

La cosa su cui riflettere - a mio parere - è il fatto che ci sia voluto un outsider come Greenwald per mettere le mani su un documento (un'ingiunzione di un tribunale FISA, cioè dell'organismo giudiziario USA che, in base alla legge,  sovrintende l'attività di intelligence, a Verizon)  che ha sostanziato anni di sentito dire e di discussioni semi-pubbliche a Washington.

Questo per dire che oramai il giornalismo - inteso come cane da guardia contro il potere - è una cosa troppo seria per farlo fare alle sole redazioni (anche alle redazioni migliori del mondo).  E per far notare, una volta di più, che ormai non ci sono più fonti che aspettano il giornalista, ma fonti che diventano esse stesse giornaliste o, e questo è quello che è successo con Greenwald, si scelgono il giornalista fuori dall'establishment - quello che non ha editor o direttori che trattano con l'Amministrazione - per spifferare i loro segreti. In due parole: il modello WikiLeaks è qui per restare.

New York Times, paferrobyday (l'immagine è presa da boingboing)


The Moneyball election

 

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Barack Obama ieri sera ha vinto alla grande un secondo mandato, ma anche Nate Silver, il giovanissimo mago dei numeri elettorali USA che cura sul New York Times il seguitissimo blog FiveThirtyEight, ha sbaragliato la concorrenza e le ha azzeccate tutte. Non solo si è preso una rivincita su una pletora di pundit (una su tutti la una volta brillante Peggy Noonan), pronti a bersi la narrativa della campagna repubblicana, e che stamattina si sono svegliati con un pesantissimo hangover, ma anche su alcuni istituti di sondaggio (due su tutti: Gallup e , in misura minore perché sono notoriamente non affidabili, Rasmussen) che a furia di fare magheggi per individuare i likely voter si sono persi per strada.

Ora Silver si gode la vittoria che viene dal mondo delle statistiche sportive, cioè proprio da quel moneyball approach al baseball che è stato reso mitico da un film non riuscitissimo con Brad Pitt e la sceneggiatura di Aaron Sorkin (che c'è sempre quando si tratta di scovare cose importanti). Speriamo che il suo bellissimo libro (The signal and the noise) ora sia tradotto in italiano. 

The Monkey Cage,  FiveThirtyEight,  All Thing D, Wall Street Journal, New York Times, Huffington Post Italia, Amazon

Ps. Mario Salvini - sul suo blog sulla Gazzetta dello Sport - ricostruisce i rapporti tra Silver e le statistiche del baseball. (Che Palle!)


La vera mappa politica degli Stati Uniti

Quelli di NPR hanno fatto un video per far capire le cose che contano nelle elezioni presidenziali USA. La cosa più importante è che tutto si decide - e la maggior parte delle risorse vengono spese - in una decina di stati considerati in bilico. E' la miglior lezione che si possa avere sui meccanismi delle elezioni presidenziali  in poco più di due minuti.

NPR via The Fix (Washington Post)


Niente scommesse, siamo il New York Times

Nate Silver - il creatore di FiveThirtyEight, il blog di previsioni elettorali migliore degli Stati Uniti, ora ospitato dal New York Times -, dopo giorni di attacchi da parte di attivisti repubblicani e giornalisti politici a cui non va giù che il suo modello preveda la vittoria netta di Barack Obama, ha sfidato "Morning" Joe Scarborough dicendosi pronto a scommettere 1.000 dollari (da donare alla Croce Rossa) sulla vittoria del presidente in carica. La cosa non è piaciuta alla public editor del NYT, Margaret Sullivan, che rimprovera Silver, notando che non è più un ragazzotto dei blog ma ora lavora per il NYT e che i giornalisti seri non fanno scommesse. Però i tempi sono cambiati, come nota Josh Marshall, e sono proprio i ragazzotti dei blog che ora hanno in mano il banco:

Like a number of media personalities/experts (and I mean that in a positive sense), Silver is not really reliant on the Times at all. He’s his own brand. In the political realm he built it in the 2008 cycle (he obviously had a baseball sabermetrics rep before that). I don’t think there’s any question the Times gained considerably more than he did in the bargain. That’s why I suspect they’re paying him quite a lot of money and he was able to negotiate a deal in which the entire 538 franchise is still his. He’s just leasing it to them.

Jay Rosen, sul suo Tumblr, ricapitola tutto (comprese gli attacchi a Silver).

paferrobyday, New York Times, TPM, Quote and Comment