Alan Friedman, Paul Manafort e Romano Prodi

Stasera sul New York Times Jason Horowitz (@jasondhorowitz) ricostruisce la storia della triangolazione - a favore di Viktor Yanukovich, l'ex dittatore filorusso dell'Ucraina - tra Paul Manaford (che per questo è  in custodia cautelare negli States, nell'ambito di un procedimento nato dall'inchiesta sul Russiagate), Alan Friedman e Romano Prodi, autore di un editoriale sul NYT che non si capisce da chi sia stato scritto. 

Prodi non ci fa una gran figura, ma la cosa più divertente  è il giudizio tranchant di Horowitz riguardo a Friedman:

[...] Mr. Friedman stopped being a reporter long ago. Instead, he has become an American exemplar of Italy’s transactional culture, its sometimes provincial sensitivity to the view from abroad and its porous lines between journalists, publicists and political operatives.

Insomma, volano gli stracci. Quindi è un pezzo da leggere.

L'articolo di Horowitz su Alan Friedman, Paul Manford e Romano Prodi lo trovate qui

New York Times


Importanza


Non pensi di aver dato troppa importanza al cinema?

E' come rimproverare Casanova di aver dato troppa importanza alle donne.

Enrico Ghezzi intervistato da Antonio Gnoli su Robinson (supplemento culturale de la Repubblica) di oggi

 


È arrivata la prima crisi (di crescita) di Facebook

 
 

Facebooklogo

Facebook non è ancora maggiorenne. La creatura di Mark Zuckerberg, infatti, è nata il 4 febbraio del 2004. Ma nel mondo della società hi-tech 14 anni valgono quanto un’era geologica. Servizi che andavano per la maggiore quando Facebook ha mosso i primi passi ormai non esistono più. Qualcuno ricorda MySpace? Era il social network che sembrava avere il futuro più promettente. Poi è arrivato Facebook, molto meno creativo, ma enormemente più semplice da usare. E ne ha fatto polpette. 


Questo per dire che ormai la società di Menlo Park è un gigante, anzi uno dei 5 giganti dell’hi-tech, insieme a Apple, Amazon, Netflix e Google. Le iniziali di questi gruppi fanno un acronimo molto aggressivo, per chi parla inglese: «Faang» («fang», con una «a» in meno, vuol dire «zanna»). La benzina di queste enormi società (Amazon e Apple ormai arrivano a una capitalizzazione di mille miliardi di dollari) non sono i profitti, ma la crescita. Qualche giorno fa Facebook ha ammesso che non crescerà più come prima. Ed è abbastanza normale, visto che ormai ha 2,5 miliardi di utenti. Ma i mercati non l’hanno presa bene: da qui il tonfo che ha fatto perdere alla società 120 miliardi di dollari. Ma è una crisi di crescita. Facebook vale il 18% della pubblicità digitale mondiale e ha due servizi – Instagram e WhatsApp – che finora contribuiscono solo marginalmente. Ma non sarà sempre così. E Facebook riprenderà a macinare record.

Editoriale della Gazzetta di Parma 28 luglio 2018


Alberto Sordi e il suo doppio

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Cominciamo con gli aneddoti che Tatti Sanguineti ha messo in ordine alfabetico nel secondo capitolo del suo bellissimo libro su Rodolfo Sonego («Il cervello di Alberto Sordi. Rodolfo Sonego e il suo cinema», Adelphi, 26 euro). Facciamo una cosa semplice:  cominciamo dall’inizio – lasciando stare per ora Andreotti (ne parleremo poi) – con Laura Antonelli, recentemente scomparsa. Sonego – l’altra metà di Alberto Sordi, il suo sceneggiatore di fiducia, il suo doppio, il «cervello» del grande attore per usare la metafora di Sanguineti – la conosce giovanissima, a 17 anni, e la prima cosa che lei gli dice è «no me piase. No me interesa». Sonego e i suoi amici si sforzano di farle fare i provini, ma i «no me piase» si moltiplicano. Alla fine – lei è di una bellezza che toglie il fiato – la carriera decolla e dopo «Moglieamante» la cercano gli americani – Sam Cohen, una leggenda detto «Mr Five Calls» per il numero massimo di telefonata con cui risolveva qualunque problema – per un contratto a Hollywood. Ma la risposta della Antonelli è sempre la stessa «No me interesa». Sonego cerca di farla ragionare, ma non c’è nulla da fare. La ritrova nel pieno della bufera Belmondo – il rapporto con il popolare attore francese è a base di sesso, sregolatezza e botte – e anche stavolta cerca di aiutarla. Ma lei, piena di lividi, lo ferma con una straziante confessione, detta con tutta la leggerezza possibile: «Senti Rodolfo, tu devi tener conto che io sono pazza».  Se non basta questo c’è l’incontro con Silvio Berlusconi che lo paga per una consulenza che non si tradurrà mai in pratica, ma che verrà regolarmente pagata. Con il Cavaliere Sonego prova una «sensazione di fastidio agli occhi come quando hai davanti un vetro doppio o vedi un immagine sfalsata». Lo stesso gli era accaduto con Alighiero Noschese, il re degli imitatori dell’era del monopolio Rai: «Pensai che non avrei saputo disegnarlo […] era senza faccia, o meglio era una faccia che diventava troppo facilmente un’altra faccia». Il Cav, poi, gli sembra rifatto come una vecchia signora: «Ma lui era giovane, era un uomo di forse neanche 50 anni». Insomma lo avrete capito: ogni aneddoto è una piccola sceneggiatura. E ci sono tutti  da Dino de Laurentis a Michelangelo Antonioni (considerato un fotografo); da Brigitte Bardot a Luchino Visconti (visto come uno scenografo). E poi naturalmente Alberto Sordi. Con lui le metafore animali si sprecano («E’ un’entità biologica purissima. E’ un animale selvaggio, un animale del bosco che ci vede anche di notte: una civetta, un falco oppure un cobra»). In sintesi è l’attore che ha l’umiltà di mettersi al servizio del personaggio, ma che, alla fine lo svuota, lo distrugge, ne succhia il midollo e lo abita, rendendolo inevitabilmente «sordiano». Forse è proprio questo aspetto violentemente magico, eppure razionale (Albertone non lascia nulla al caso, con una buona sceneggiatura non improvvisa)  che spiega il sodalizio tra Sordi – attore che «non ha limiti», ma che non legge, non scrive («manco una cartolina») e ha grettezze e avarizie ormai leggendarie  - e Sonego, ex capo partigiano, ottimo pittore, grande sceneggiatore  che vive nella sua ombra (nascosto «sotto il tavolino», secondo la bellissima immagine di Furio Scarpelli). E che dire di Andreotti, il censore odiato da tutti i cineasti di sinistra italiani? Secondo Sonego alla fine è proprio lui – e anche qui il ritratto è magistrale con un Andreotti che lascia di stucco i dirigenti dell’Istituto dermatologico dell’Immacolata per parlare con lo sceneggiatore  solo di Catherine Spaak – ad aver fatto diventare grande il cinema italiano: «Alla fine ha ucciso 5 film, ma ne ha fatto fare 5.000».  Resta da dire della grande capacità di Tatti Sanguineti di costruire il libro stando anche lui, nonostante usi sempre la prima persona, «sotto il tavolino», facendo parlare Sonego, andando a prendere le sue parole in interviste e libri scritti da altri, andando a caccia dei film a cui Sonego ha preso parte, a volte solo firmando il soggetto o facendo consulenze, con un'acribia che è qualcosa più che filologia, ma è ossessione cinefila e alla fine un atto d’amore per un grande appartato che ha fatto grande il cinema italiano. E’ probabile che Sanguineti abbia una scheda anche per i film che Sonego ha solo sognato. E allora la dedica del libro a Claudio G. Fava (condivisa con il grande sceneggiatore Luciano Vincenzoni, quello della «trilogia del dollaro» di Sergio Leone, per capirsi) nume tutelare dei cinefili liguri e di quelli che hanno cominciato ad amare il cinema grazie alle sue rassegne sui canali della Rai, è l’ennesimo atto d’amore per quell’ossessione che si chiama cinema.

Gazzetta di Parma del 9 agosto 2015


Le straordinarie scoperte di Antonello Soro

Ci siamo accorti che i colossi di Internet si sono spinti già oltre ai cookies, ora siamo ai fingerprint. Noi navighiamo e loro sanno con quali software, con quale pc, con schermi di quale dimensioni".

Una strabiliante scoperta rivelata da Antonello Soro a Aldo Fontanarosa su Repubblica di oggi. Strabiliante davvero. E, anche, in una micro citazione la prova provata - insomma, il fingerprint, la mano nella marmellata -  di quello che succede quando si nomina Garante della Privacy un dermatologo.

Repubblica, paferrobyday


La battaglia parlamentare di Gasparri contro gli algoritmi

«Ben venga la maxi multa a Google da parte della Ue. Da tempo è evidente lo strapotere di questo gruppo che fa quel che vuole e usa algoritmi e altri strumenti per imporre le proprie valutazioni». [...] «Bisogna mettere in riga tutti gli over the top che saccheggiano contenuti editoriali, usano paradisi fiscali per pagare meno. Bisogna controllare anche in Italia queste realtà che Renzi protegge come se fossero i suoi amici delle coop rosse. Avvieremo una implacabile attività parlamentare in materia». 

Questa è una dichiarazione fatta oggi da Maurizio Gasparri. Se non fosse che quest'uomo è stato ministro delle Telecomunicazioni neanche troppo tempo fa ci sarebbe da ridere. Invece c'è da piangere.

(Ansa, paferrobyday)


Banksy, i gattini e Gaza

 

In effetti  Banksy è un genio. Rozzo nell'analisi, assolutamente sbilanciato, uno che non ci prova nemmeno a essere imparziale. Ma - come diceva un saggio tedesco che le ha sbagliate tutte nella vita, ma con un certo stile - a volte ci si mette dalla parte del torto perché tutti gli altri posti sono occupati. Un po' come i Territori.

banksy.co.uk


Giornalismo anglosassone

Di solito nelle prime lezioni del corso che tengo all'università parlo di modelli di giornalismo secondo lo schema di Paolo Mancini e Daniel Hallin e cerco di fare vedere le differenze principali tra giornalismo italiano (inserito nel modello pluralista-polarizzato da Mancini-Hallin) - molto opinionated, poco professionalizzato nonostante l'esistenza dell'Ordine dei giornalisti e con scarso interesse alla distinzione tra cronaca e commento - e quello americano (inserito nel modello anglosassone).

Però come sempre accade le teorizzazioni - anche quelle solide, come quelle di Mancini e Hallin-  non danno conto della realtà delle cose. Se facessimo la storia del giornalismo anglossassone a partire dai tabloid (e si può fare, visto che ci sono dei testi favolosi, quelli di Martin Conboy o di Kevin Williams per la Gran Bretagna) le cose sarebbero parecchio differenti.

Per esempio questa è la prima pagina  del Daily News  - non l'ultimo dei tabloid USA  - di oggi.

NY_DN

Una cosa da far sembrare le prime del Giornale, del Fatto Quotidiano e di Libero pagine da giornale per educande. Eppure anche questo è giornalismo anglossassone. E con una grande tradizione.

paferrobyday


Google, YouTube e il ministro Franceschini

Oggi su Repubblica abbiamo l'ennesima intervista al ministro della Cultura Dario Franceschini, questa volta nella veste di paladino dei diritti degli editori italiani minacciati dal terribile monopolio di Amazon che in Italia, sui libri, non c'è, ma sono dettagli.  

Ma visto che Franceschini è un uomo di molte letture - e qualche scrittura - e  si sente investito dalla missione che gli deriva dall'essere a capo di un ministero "più importante di quello dell'Economia" (parole sue), l'intervista a Stefania Parmeggiani spazia anche oltre Amazon e arriva a toccare anche gli altri giganti del web. Con risultati decisamente comici, come per esempio quando parla del 

caso dei produttori musicali indipendenti che hanno problemi con YouTube da quando il portale è controllato da Google: nei contratti propone condizioni economiche difficile da sostenere.

Peccato che YouTube sia da sempre controllato da Google, visto che la start-up di Chad Hurley, Steve Chen e  Jawed Karim - fondata nel febbraio 2005 - è stata acquisita dalla società di Mountain View nel novembre del 2006, ben prima che i "produttori musicali indipendenti" si accorgessere dell'esistenza della cosa.  Quindi è probabile che Franceschini parli di una variazione dei termini del contratto che non c'entra nulla con l'acquisizione di YouTube da parte di Google. Ma vuoi mettere il figurone che fai a stanare la multinazionale cattiva?

D'altronde in Italia va così e le leggi quindi le fanno la Siae, gli editori, Federalberghi e la Coldiretti. Però poi si fanno spettacolari convegni sull'innovazione. Per sfoderare il proprio ottimo inglese, immagino. 

Repubblica