Giornalismo

Ezra Klein, Le Nouvel Obs, il Titanic e il nuovo che avanza

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Il filo che lega  assieme l'addio di Ezra Klein al Washington Post e il suo approdo a Vox Media e la vendita della maggioranza delle azioni del Nouvel Observateur a Le Monde è il sostanziale deprezzamento degli asset delle testate mainstream e il vantaggio competitivo delle testate digital native. Lo spiegano benissimo Frédéric Filloux nella sua Monday Note sulla vendita del Nouvel Obs (da cui è tratta la tabella in alto che mostra la perdita di valore dei lettori di news tradizionali) e David Carr nella sua column sull'approdo a Vox Media di Ezra Klein.

In sintesi: le testate mainstream sono riformabili solo con investimenti ingenti e con una difficile opera di motivazione dei giornalisti presenti. Lo stesso risultato si può ottenere con costi più bassi partendo dal nulla e per prove ed errori, visto che il valore d'avviamento delle testate - il patrimonio di fedeltà ed abitudine dei lettori -  tende ad avere un valore sempre più basso. Notte profonda per chi lavora per un prodotto alla fine del ciclo di vita e incertezza grande per chi lavora per un prodotto che potrebbe non passare il test del mercato e finire direttamente nella pattumiera delle cose subito dimenticate.

Monday Note, New York Times


Ezra (Klein) has left the building

 

Anche Ezra Klein l'autore del popolarissimo Wonkblog ospitato all'interno del Washington Post, come Nate Silver,  ha deciso di lasciare la testata per fondare un sito a suo nome.  Klein porta con sé anche Melissa Bell (direttrice delle platform del Wp) e un altro iperblogger, Dylan Matthews. Quella dei giornalisti-blogger che tentano di divenire essi stessi testate giornalistiche è la tendenza più importante degli ultimi mesi nel panorama dei media USA.

Wonkblog, New York Times


Lo zen e l'arte di sbattere le uova

«La perfezione non è un oggetto che sta in qualche luogo. E' semmai uno stato di grazia che ogni tanto ti visita, e fa scoprire la grandezza di ciò che si è fatto. Poi, c'è anche una perfezione tecnica  che un maestro trasmette. Per esempio le uova non vanno mai sbattute troppo».

Il genere giornalistico più difficile - tecnicamente difficile - non è sicuramente l'editoriale di prima pagina ma piuttosto l'intervista domanda-risposta  nella sua semplicità che è solo apparente.  Questo per dire che l'intervista che ogni domenica Antonio Gnoli ci regala sulle pagine di Repubblica vale da sola il prezzo del giornale. Quella di oggi, a Gualtiero Marchesi, poi, è superlativa, anche perché le uova non sono state sbattute troppo. E non si parla del riso all'oro.  

Repubblica


Stroncature che si autostroncano

«Ma lo sa quante persone lavorano a ogni singolo numero di How to Spend It del Financial Times

Questa - vabbè, riassunta nella frase più  surreale - è la linea argomentativa della lettera-stroncatura di Gianluigi Ricuperati al - peraltro stroncabilissimo - libro di Luciano Gallino (Il colpo di Stato di banche e governi) sull'ultimo numero di IL. Per la cronaca: nel colophon dell'ultimo numero di How to Spend It sono riportati i nomi di una ventina di persone. Aggiungiamoci pure una cinquantina di illustrissimi collaboratori, ma siamo sempre abbastanza distanti dall'obiettivo della piena occupazione mondiale.

IL  numero 8 (che comunque è imperdibile se non altro per le foto di Mia Ceran)

 


La Cancellieri, il giornalismo italiano e l'adorazione dei verbali

Salvatore Ligresti ha aiutato la carriera prefettizia di Anna Maria Cancellieri? Secondo lo stesso Ligresti la risposta è sì. E l'ingegnere lo rivendica anche durante l'interrogatorio reso ai pm di Milano sul caso Fonsai. Naturalmente una notizia così diffusa ieri, con il ministro appena sopravvissuto a un voto di fiducia, è una bomba. Però non è detto che sia vera. Anzi è quasi impossibile che lo sia. E non solo perché è stata smentita dal ministro. Però questa considerazione sui giornali di oggi non c'è.

Ma vediamo meglio come è andata, analizzando il verbale d'interrogatorio di Ligresti.

"Mi feci latore del desiderio dell'allora prefetto Cancellieri - si legge nel verbale si Ligresti  riportato dal cronista della Reuters che conferma di averlo visionato, ndr  -  che era in scadenza a Parma e preferiva rimanere in quella sede anziché cambiare destinazione. L'attuale ministro Cancellieri è persona che conosco da moltissimi anni e ciò spiega che mi si sia rivolta e che io abbia trasmesso la sua esigenza al presidente Berlusconi. In quel caso la segnalazione ebbe successo perché la Cancellieri restò a Parma"

Il problema, appunto, che si tratta di dichiarazioni rese da Ligresti ai pm: visto che l'ingegnere in quel procedimento è indagato non è vincolato, come lo sarebbe se fosse un testimone, a dire la verità. E probabilmente non l'ha detta.  Infatti, c'è un problema non piccolo: Anna Maria Cancellieri non è mai stata prefetto a Parma. E basta controllare Wikipedia per scoprirlo.

Però è stata due volte commissario prefettizio, direte voi. E in effetti è vero. Una volta nel 1994 - per alcuni mesi da febbraio a maggio - per sostituire il sindaco dimissionario Stefano Lavagetto in attesa delle elezioni. La Cancellieri  lasciò Parma, pochi giorni prima delle elezioni che si tennero il 12 e il 13 giugno,  per il suo primo incarico da prefetto a Vicenza. Appare decisamente improbabile che abbia chiesto a Ligresti di fare pressioni su Berlusconi per rimanere a Parma con un incarico che sarebbe venuto meno dopo pochi giorni  con la nomina del nuovo sindaco, rinunciando alla sua prima nomina a prefetto.

La seconda volta, poi, la storia delle pressioni su Berlusconi appare ancora più "surreale" per usare le parole del ministro, anche perché il Cavaliere non è più primo ministro. Infatti la Cancellieri è stata nominata commissario prefettizio a Parma nel novembre 2011 - dopo le dimissioni della giunta di Pietro Vignali, travolta dagli scandali - e se ne è andata dopo poche settimane per fare il ministro dell'Interno del governo di Mario Monti.

Insomma Ligresti ha detto al pm una cosa falsa o, perlomeno, inesatta per quel che riguarda la carriera delle Cancellieri a Parma. E un minimo di verifica dei fatti lo avrebbe reso chiaro ai lettori.

Però tutti i giornali italiani hanno preferito semplicemente riportare la smentita indignata della Cancellieri, in più mutilandola della parte argomentativa. Alberto Mori, l'addetto stampa del ministro, infatti,  ieri ha ricostruito  in modo corretto tutta la vicenda, ma praticamente nessuno ha preso per buona la parte del comunicato che riporto qui sotto

"Annamaria Cancellieri non ha mai fatto il Prefetto a Parma. Si è recata in quella città, per lavoro, solo in due occasioni: la prima nel 1994, da febbraio a maggio, in qualità di Commissario Straordinario al Comune di Parma, gestione commissariale interrotta anticipatamente per la nomina a Prefetto in sede a Vicenza; la seconda volta, nel novembre del 2011, sempre come Commissario Straordinario al Comune, incarico interrotto per la nomina a Ministro dell’Interno nel Governo Monti".

Un classico esempio di "he said, she said journalism", per usare le parole di Jay Rosen, in cui il cronista si limita a riportare due  versioni dei fatti senza prendersi la briga di verificare quale delle due  sia vera. E in questo caso, trattandosi della polemica politica più importante della giornata, sapere chi stava dicendo la verità avrebbe fatto la differenza. Ma non è questo lo stile del giornalismo italiano che preferisce, come sempre, montare la panna tenendo conto delle esigenze del giorno. E ieri, appunto, serviva una nuova macchia sulla carriera della Cancellieri e non una verifica delle dichiarazioni messe a verbale da un indagato.

paferrobyday

 


Giornali fotocopia

Oggi il Corriere della Sera e Repubblica hanno lo stesso pezzo di Ariel Dorfman sulle presidenziali in Cile, scritto per il Pais. Però la traduzione è diversa: forse è per questo che in fondo ai due pezzi gemelli c'è il bollino del copyright. 

paferrobyday


Il giornalismo? Fare delle domande e ottenere delle risposte

Alastair Campbell - che è stato director of communications con Tony Blair - ieri, durante la sua prima prolusione da visiting professor of media, a Cambridge, ha dato una bella definizioni di giornalismo. Cercando di spiegare perché è diventato giornalista Campbell ha detto 

The first answer is that it seemed like great fun and it was. A big part of the fun is the privilege that being a journalist represents – it is your job to ask questions, and to expect answers. I remember when the Queen, at her golden jubilee, came to Downing St. She and TB faced the cameras together and after, Tony looked troubled. "I couldn't believe it," he said. What? "They shout at her the same way as they shout at everyone … How you feelin' Ma'am?' ..." They know she's not going to answer. But most people do, and on that simple basis, ask a question, get an answer, journalism works.

«Fare delle domande, ottenere delle risposte». Sembra semplice, ma spesso (e non solo con la regina d'Inghilterra) non è così. Anche perché dall'altra parte c'è della gente come Campbell. Tutto il discorso è da leggere, ma se avere tempo date un'occhiata anche ai commenti. L'epiteto più gentile rivolto a Campbell è «criminale di guerra». Per dire che fare lo spin doctor è un mestiere ad altro rischio. Perlomeno per la reputazione.

Guardian


Campbell: «Murdoch? E' come i leader dei sindacati prima della Thatcher»

Alastair Campbell - proprio lui, l'anima nera mediatica di Saint Tony  che, assieme al Prince of Darkness Peter Mandelson,  ha formato il più formidabile team di spin doctor della comunicazione politica britannica  - non crede più al potere della stampa. E vede i press baron - come Rupert Murdoch e Paul Dacre (Daily Mail),  figure che hanno dominato da destra la scena politica britannica negli ultimi anni - come dinosauri che non si sono accorti di essere a un passo dall'estinzione. 

 Seen as one of the toughest press secretaries in Downing Street of the modern era, he [Campbell, ndr] claims "the real evil of narrow concentration of press ownership by a clutch of wealthy rightwing men, most of whom do not pay taxes here, is that it leads to a narrow set of values and interests within the news agenda". He adds: "As the public know more of the way the press operate, so their power weakens, and politicians can represent the public interest, not their own or that of the media". He says the Murdoch-Dacre generation "cannot see, not least since Leveson, their similarity with union leaders in the Thatcher era, desperately clinging on to power and systems being overtaken by people demanding change. The change is happening, and will happen, in part because of public anger, campaigning by victims and activists, and also because a younger generation is better at reading the rhythms of change."

Telegraph, Guardian