Change has come
Insediamento 2.0

In this winter of our hardship

La cosa veramente interessante del discorso di insediamento di Barack Obama è il riconoscimento delle difficoltà che gli Stati Uniti stanno vivendo. Non male per un politico etichettato - in modo troppo semplicistico - come  un parolaio ottimista. E invece si siamo trovati di fronte  un uomo che nel discorso più solenne della sua vita  ha calcato la mano sulla responsabilità che deriva dall'aver raggiunto la maturità dopo gli eccessi della giovinezza. Un discorso da padre pronunciato da una persona accusata di essere stata forgiata dalla cultura che i padri li ha uccisi.  Forse il commentatore che ha percepito in modo più completo il cambio di toni - anche se gli appelli alla responsabilità erano presenti già nei discorsi della campagna elettorale e delle primarie - è stato  Edward Luce del Financial Times. La cosa buffa è che il discorso di Obama  sarebbe stato un bel discorso conservatore se le ricette prospettate per uscire dalla crisi non fossero state radicalmente diverse da quelle da stato minimo prospettate negli ultimi trent'anni. Ricette anch'esse considerate infantili come e più del '68. Insomma: sono tornati i valori. Solo che sono i "vecchi" valori del progressismo americano e non i "nuovi" della rivoluzione conservatrice. Da questa analisi derivano - come nota David E. Sanger sul NYT - gli accenti più critici verso la presidenza Bush (ma anche per Clinton).  E' ancora troppo presto per fare previsioni sulla presidenza Obama. Quello che è certo è che ha già cambiato le cordinate del dibattito politico. E, forse, le "culture wars" sono finite. Anche perché i duellanti si sono dissanguati a vicenda.
Financial Times, New York Times, paferrobyday

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