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febbraio 2008

On the Trail

HRC, ultimamente è sempre più nervosa. Forse ha visto queste proiezioni sul numero dei delegati  che si basano su percentuali di voto  estremamente generose per lei e sparagnine per Obama e che dimostrano che ormai la partita è persa. Bisogna solo capire quale è il momento giusto per firmare la pace senza una resa incondizionata.Invece la campagna di Hillary continua a combattere come i giapponesi a Guam. Intanto E. J. Dionne nota come il candidato più vicino a Obama - come capacità retorica - sia il Gipper. Solo che questa volta i fighetti che non capiscono sono a destra. Infine l'ultima fatica di Will.i.am (per i maschietti: c'è Jessica Alba. Non dico altro).

Marc Ambinder (Atlantic Monthly), Washington Post, Marc Alperin (Time), dipdive


La tessera per il pane

Suzuki Maruti fa a fette il programma della Pdl, ovvero il comunismo senza l'elettrificazione che tanto  è meglio il carbone. E poi dazi  su tutto quello che viene da fuori per difendere l'italianità delle merci. Così al posto dell'iPhone il prossimo natale ci regaliamo una bella forma di Branzi per fare la polenta taragna.
Suzuki Maruti


Il morbo di Sulzberger Jr

Arthur Sulzberger Jr, il proprietario della maggioranza delle azioni del NYT, è notoriamente una specie di re Mida al contrario, visto che normalmente trasforma in materia decisamente meno nobile dell'oro quello che tocca. Bene: secondo questa ricostruzione di "The New Republic" sembra che la decisione di appoggiare con un endorsement HRC sia tutta farina del suo sacco. Un'altra impresa non male, non c'è che dire.

According to Times sources, the paper almost didn't back Clinton. The divisions within the Gray Lady's editorial board mirrored the deep divide that has split Democrats in this tightly contested campaign. The 20-member board had initially leaned toward Obama, Times sources say. But in January, after the board had debated the endorsement in two separate sessions, Times chairman and publisher Arthur Sulzberger Jr. decided to favor Clinton. Times editorial page editor Andrew Rosenthal, declining to comment on the internal debate, acknowledged that the vote was a difficult one. "It was a really hard one, no question about it," Rosenthal told me. "We talked about this within our board for hours. It was a very lively, interesting discussion. Several members of the board said it was the best discussion they've had."

The New Republic


La persuasione e la retorica

Ecco invece alcuni link per analizzare - in modo meno antipatizzante - l'arte retorica di Barack Obama.

  1. Alec McGillis - sul WP - nota come l'arma vincente di Obama, sia la più vecchia di tutte: la retorica, cioè l'arte di convincere tramite un discorso (o, più platonicamente l'arte di rendere forti gli argomenti deboli, che per me,  debosciato nichilista, vale come una medaglia).
  2. Micah L. Sifry - su TechPresident - nota come YouTube abbia per la prima volta sovvertito il trend verso i "sound-bites" che pareva inarrestabile. Il nuovo medium e il nuovo formato premia i discorsi lunghi e ben argomentati. Sempre retorica, ma di altro tipo. Nella quale Hillary - che dà il meglio nelle battute sarcastiche e annichilenti - si trova come un pesce fuor d'acqua.
  3. La retorica e l'empatia poi - assieme alla parte abitata della Rete - danno luogo a due fenomeni. Il formarsi di un vasto seguito di "brand evangelist" (definizione un po' troppo markettara, ma l'articolo è preso da Advertising Age) e l'esplosione dei contributi in Rete, una forma di - ecco il neologismo  - crowdfunding.

Washington Post, TechPresident, Advertising Age, Crowdsourcing


Vota Clouseau

Gideon Rachman - sul FT - si distingue dalla massa dei commentatori - io sono tra questi -  folgorati dalla capacità retorica di Barack Obama. In pratica, dice, le parole di Obama non parlano di esperienze reali - cosa vuol dire "the fierce urgency of now", ora? -, ma sono solo prese a prestito per sortire l'effetto voluto. Una sorta di "embrassons-nous" da gruppo d'appoggio, più che vera politica. Il colpo basso è il paragone con le parole di  un personaggio di Peter Sellers e che potrebbero essere infilate in qualunque discorso di Obama:

"Let us assume a bold thrust and go forward together. Let us carry the fight against ignorance to the four corners of the earth, because it is a fight that concerns us all."

Il fatto è che, nota Rachman, Obama è anche altro, oltre ad essere un abile politico che ha capito che conta più l'empatia dei dettagli del programma:

Bill Clinton has said sniffily of Mr Obama that "I think action counts more than rhetoric". The argument of Hillary Clinton's campaign is that just because Mr Obama gives great speeches, it does not mean that he will be a great president. I would reverse that. Just because Mr Obama gives lousy, empty speeches, it does not mean that he will be a lousy, empty president.

Financial Times


KKK tested

Un altro miracolo di San Barack: secondo "The New Republic", David Duke - sì David KKK Duke - non lo trova poi così indigesto.

Yet, far from railing at Obama's rise, Duke seems almost nonchalant about it. Self-described white nationalists like himself, he explained cordially, "don't see much difference in Barack Obama than Hillary Clinton--or, for that matter, John McCain." Sure, Duke considers Obama "a racist individual," citing his Afrocentric Chicago church. But soon the founder of the National Association for the Advancement of White People was critiquing Obama as overhyped and insubstantial in terms you might hear from, say, Clinton strategist Mark Penn. "They say he's for change. What change? He's become almost a cult figure. I don't see any shining light around Obama's head. I don't see any halos," Duke said.

E la cosa diventente è che accade anche negli altri angoli bui della Rete, quelli abitati dagli altri "white suprematist". Il motivo: beh, il più divertente è che odiano così tanto HRC e John McCain (da cui si sentono traditi) che anche un nero è considerato un male minore.

But there may be one more factor at work: hatred overload. It's a testament of sorts to Hillary Clinton that, by virtue of her cartoonish image as a leftist man-hating shrew, she manages to arouse more vitriol among white supremacists than a black man. Meanwhile, white racists absolutely despise John McCain for his support of George W. Bush's immigration reform plan, which they view as a dire threat to America's European-based culture. "I don't think Obama will be any more negative for the United States than Hillary or John McCain," explains Duke. "In fact," he added, "we probably have less preference for a European like a John McCain or a Hillary who has betrayed our interests, our heritage, our rights."

The New Republic