La storia della sconfitta di Parma, a volerla raccontare tutta, comincia 15 anni fa quando a Mario Tommasini, amatissimo psichiatra basagliano, la dirigenza del partito preferì un candidato più ortodosso e affidabile, che perse.
Concita De Gregorio su Repubblica di oggi scrive un lungo articolo sulla crisi del Pd di fronte al nuovo e parla - non troppo diffusamente, per la verità - del "caso Parma". Peccato che in poche righe dica una serie di imprecisioni notevoli anche per i rilassati standard del giornalismo italiano.
Per esempio "promuove" Mario (Tommasini a Parma per tutti, anche per quelli che lo odiavano, era Mario) a psichiatra, quando lui, ragazzo dei borghi in piena guerra e giovanissimo partigiano combattente, aveva fatto si e no l'avviamento.
Ma non basta: lo strappo tra Mario - che è stato un magnifico assessore ed è stato uno dei pochi a lasciare mano libera all'equipe di Franco Basaglia, quando c'erano ancora i manicomi - e il Pds avvenne nel '90. Sull'onda di un numero altissimo di preferenze Mario arrivo nel consiglio regionale dell'Emilia Romagna, ma non riuscì a diventare assessore alla Sanità perché, allora sì, gli fu preferito un altro amministratore, meno "eretico" e più affidabile. E forse fu un bene, tenendo conto del livello della sanità pubblica nella mia regione e della personalità vulcanica di Mario, un uomo che si è sempre disinteressato di cose noiose come i vincoli di bilancio e che ha lasciato un'eredità discutibile in quanto a cose realizzate.
La campagna elettorale del '98 - quella per il sindaco di Parma - invece fu diversa. La dirigenza del partito non preferì a Mario nessun "candidato più ortodosso e affidabile" perché il candidato c'era già ed era il sindaco uscente Stefano Lavagetto, peraltro né "ortodosso" (era uno dei notai più in vista della città e non penso fosse iscritto al partito), né "affidabile" (era decisamente abituato a pensare con la sua testa e era fisicamente molto fragile, visto che era in dialisi). Mario, che allora era già distante dal partito, partecipò alla gara con una sua lista e non voleva fare il sindaco, ma semplicemente far pesare i suoi voti (che erano tanti: raggiunse il 19%, come Pizzarotti al primo turno questa volta). Lavagetto e Mario non riuscirono a mettersi d'accordo per il ballottaggio e in questo pesarono anche le incomprensioni del passato. In questo modo il sindaco Lavagetto fu sconfitto da Elvio Ubaldi, cioè dal primo artefice della dissennata crescita edilizia che si è mangiata la città e il suo bilancio.
Insomma - come direbbe Pazzaglia - il livello dell'analisi è basso.
Repubblica, paferrobyday