Banksy, i gattini e Gaza

 

In effetti  Banksy è un genio. Rozzo nell'analisi, assolutamente sbilanciato, uno che non ci prova nemmeno a essere imparziale. Ma - come diceva un saggio tedesco che le ha sbagliate tutte nella vita, ma con un certo stile - a volte ci si mette dalla parte del torto perché tutti gli altri posti sono occupati. Un po' come i Territori.

banksy.co.uk


Giornalismo anglosassone

Di solito nelle prime lezioni del corso che tengo all'università parlo di modelli di giornalismo secondo lo schema di Paolo Mancini e Daniel Hallin e cerco di fare vedere le differenze principali tra giornalismo italiano (inserito nel modello pluralista-polarizzato da Mancini-Hallin) - molto opinionated, poco professionalizzato nonostante l'esistenza dell'Ordine dei giornalisti e con scarso interesse alla distinzione tra cronaca e commento - e quello americano (inserito nel modello anglosassone).

Però come sempre accade le teorizzazioni - anche quelle solide, come quelle di Mancini e Hallin-  non danno conto della realtà delle cose. Se facessimo la storia del giornalismo anglossassone a partire dai tabloid (e si può fare, visto che ci sono dei testi favolosi, quelli di Martin Conboy o di Kevin Williams per la Gran Bretagna) le cose sarebbero parecchio differenti.

Per esempio questa è la prima pagina  del Daily News  - non l'ultimo dei tabloid USA  - di oggi.

NY_DN

Una cosa da far sembrare le prime del Giornale, del Fatto Quotidiano e di Libero pagine da giornale per educande. Eppure anche questo è giornalismo anglossassone. E con una grande tradizione.

paferrobyday


Google, YouTube e il ministro Franceschini

Oggi su Repubblica abbiamo l'ennesima intervista al ministro della Cultura Dario Franceschini, questa volta nella veste di paladino dei diritti degli editori italiani minacciati dal terribile monopolio di Amazon che in Italia, sui libri, non c'è, ma sono dettagli.  

Ma visto che Franceschini è un uomo di molte letture - e qualche scrittura - e  si sente investito dalla missione che gli deriva dall'essere a capo di un ministero "più importante di quello dell'Economia" (parole sue), l'intervista a Stefania Parmeggiani spazia anche oltre Amazon e arriva a toccare anche gli altri giganti del web. Con risultati decisamente comici, come per esempio quando parla del 

caso dei produttori musicali indipendenti che hanno problemi con YouTube da quando il portale è controllato da Google: nei contratti propone condizioni economiche difficile da sostenere.

Peccato che YouTube sia da sempre controllato da Google, visto che la start-up di Chad Hurley, Steve Chen e  Jawed Karim - fondata nel febbraio 2005 - è stata acquisita dalla società di Mountain View nel novembre del 2006, ben prima che i "produttori musicali indipendenti" si accorgessere dell'esistenza della cosa.  Quindi è probabile che Franceschini parli di una variazione dei termini del contratto che non c'entra nulla con l'acquisizione di YouTube da parte di Google. Ma vuoi mettere il figurone che fai a stanare la multinazionale cattiva?

D'altronde in Italia va così e le leggi quindi le fanno la Siae, gli editori, Federalberghi e la Coldiretti. Però poi si fanno spettacolari convegni sull'innovazione. Per sfoderare il proprio ottimo inglese, immagino. 

Repubblica


Michael Isikoff a Yahoo News, ovvero il giornalismo di carta è morto

Michael Isikoff, uno dei più famosi giornalisti  investigativi americani, una delle colonne di Newsweek (quando il settimanale era ancora vivo) e ora alla NBC, è stato assunto da Yahoo News.

L'ennesimo grande nome che passa al giornalismo digitale (e nemmeno in una start up, ma grazie a un gigante con tanti acciacchi come Yahoo) direte voi. Vero. Però c'è il fatto che Isikoff era il giornalista che aveva in mano uno dei più grandi scoop del secolo scorso - la storia di Monica Lewinsky e Bill Clinton - e se la fece scippare da Matt Drudge - il compilatore unico di Drudge Report - perché l'editorial board di Newsweek non era convinto della storia (e mancavano ancora conferme da fonti indipendenti). Drudge chiaramente non aveva un editorial board e delle fonti indipendenti se ne fregava. Così Newsweek dovette pubblicare la storia di Isikoff dopo Drudge. E sul sito del Washington Post (che allora possedeva il settimanale) perché non aveva una propria pagina internet. Per dire quanto tempo è passato. 

E ora Isikoff, all'alba dei 62 anni (in Italia a quest'età si è da anni prepensionati a prescindere dalla capacità professionale), va a Yahoo News che ormai è considerato tipo la Florida dei giornalisti con una buona visibilità e una grande carriera dietro le spalle. Un cerchio che si chiude. Intanto la storia va avanti. Da qualche altra parte, probabilmente.

New York Times, paferrobyday


E nel giugno 1944 non c'era Twitter

 

False-Flash-Girl
Lance Ulanoff, un giornalista di Mashable, ha dato uno sguardo, grazie ai Google's archives -  alle altre notizie riportate dai giornali  nei giorni dello sbarco in Normandia. E ha scoperto che, in un titolino a due colonne nelle pagine interne, viene raccontata anche la storia della dattilografa inglese dell'Ap di Londra che, per un errore, mandò in rete la notizia dell'invasione che non era ancora avvenuta. 

A so-called “False Flash Girl,” based in London, had to publicly apologize to America for inadvertently sending news of the Allied invasion across AP wires before it actually happened. “I was just practicing for invasion day,” she told the AP. “I knew they would want me to be quick with the message then.” The story continues:

“I thought if I typed it out on a machine beforehand I would not be so nervous about it when the real message came, so I typed what the message would read like.” “I was operating the teleprinter machine where you punch out tape which has to run through another machine before it goes through to New York. I had intended to tear the test message off the tape.”

She didn’t and when another real and urgent message came through, she forgot about the test message and sent it through with the real one. The young woman was devastated and, it seemed, out of a job. “Well, they hinted that they didn’t want me around anymore,” she told the reporter.

Questo per dire dei pericoli della dittatura dell'istante e degli account delle agenzie sui sociali network.

Poi c'è la prima pagina del Washington Post del 6 giugno. La cosa divertente è che, nella cartina,  le direttrici dell'invasione sono quelle che i tedeschi si aspettavano e non quelle vere. Lo sbarco non fu nella zona di Calais come sembra dalla cartina, ma tra Carentan e Caen come correttamente riportato nell'articolo. 

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Mashable, Washington Post

 


Il professor Becchi e lo strano caso di Puppet Papademos

Oggi sul blog di Grillo è continuata l'offensiva per convincere gli attivisti del Movimento 5 Stelle a ratificare la decisione - sostanzialmente già presa - dell'apparentamento a Bruxelles con l'Ukip, il partito indipendentista inglese di Nigel Farage.

In un lungo post  il professor Becchi - l'ideologo del Movimento - ha sintetizzato i quattro motivi per cui l'alleanza con i verdi non va bene. E, naturalmente, ha mostrato  le possibili convergenze con il movimento di Farage. Così ha riportato un lungo intervento dell'eurodeputato euroscettico  contro il governo di Lucas Papademos che ha retto la Grecia dal novembre 2011 al maggio 2012, in piena bufera economica.

Le accuse sono le solite: totale adesione ai voleri della Troika e quindi, almeno in parte, della Commissione europea. Solo che il professor Becchi non è ferratissimo sui politici greci e quindi  - traducendo dall'inglese - ha confuso il nome del povero  Papademos con un insulto di Farage: "puppet".  E così è saltato fuori il divertente Puppet Papademos. 

Naturalmente Farage voleva intendere una cosa tipo "quella marionetta ("puppet" in inglese) di Papademos", ma in effetti "puppet" fa molto greco, un po' come "ouzo" o "sirtaki", e quindi perché perdere del tempo per controllare il nome vero del povero Papademos, soprattutto quando c'è una battaglia in corso? 

Il Blog di Beppe Grillo (Hat Tip a @christianrocca)


Arbasino o dell'arte di rispondere a tono

 - Lei scrive che la Pseudo-Cultura (maiuscolo nell'originale, ndr) è «delegata a trattare coi giornalisti, coi tenutari di riviste letterarie». Ora io non commetterò l'errore di Antonioni arrabbiandomi. Anzi, guardi, con una vaga sprezzatura, sottoscrivo la sua affermazione. Mi ci riconosco in pieno.

- Perfetto.

L'intervista di Antonio D'Orrico a Alberto Arbasino pubblicata ieri su Sette è perfetta. Nonostante D'Orrico, naturalmente.

Sette


La svolta cattivista di Veltroni

Ieri  Walter Veltroni - con una punta di rammarico - ha,  in pratica, considerato  il proprio presunto buonismo come una mancanza caratteriale. Ne ho parlato in un post sul mio blog sulla Gazzetta di Parma.

Oggi ci sono nuovi segnali della svolta cattivista di Walter. Intervistato da Silvia Fumarola su Repubblica, l'ex segretario del Pd a vocazione maggioritaria racconta che sta lavorando a un nuovo film-inchiesta, dopo quello su Berlinguer, dal titolo I bambini sanno. Fin qui tutto normale: abitualmente Veltroni - ora che si è auto-pensionato dalla politica attiva -  scrive libri o lavora a film-inchiesta di solito su bambini o su altre cose piccole, dolorose ma piene di speranza. La cosa notevole è che Veltroni ora spiega che i bambini 

sanno essere saggi, spietati, lucidi [...] hanno sempre un'idea sulle cose, basta saperli ascoltare.

In pratica una descrizione non edulcorata dell'infanzia. Uno sprazzo del nuovo Veltroni-Hyde.  Poi, naturalmente, l'ex segretario rimette il pilota automatico e ritorna il Veltroni-Jekyll, il classico Veltroni dei buoni sentimenti, il Veltroni delle lettere piene di saggezza scritte dai bambini, l'allarmante Veltroni che confessa la sua voglia di rimettersi a fare politica. Ma a noi veltronologhi è bastato l'attimo del Veltroni-Hyde per capire che qualcosa sta cambiando.

Ora lo aspettiamo al al varco, sperando che il suo prossimo inevitabile  libro sia un manuale su come torturare le lucertole. Così, tanto per consolidare la svolta cattivista. 

Repubblica, Gazzetta di Parma, paferrobyday


Fine della net neutrality, atto secondo

Oggi la FCC - la  Federal Communications Commission - ha votato (tre commissari contro due, secondo linee politiche) una proposta che di fatto accoglie la possibilità che i provider facciano pagare (salato) le società del web per avere un servizio più efficiente. In realtà è solo l'inizio del processo: ora ci saranno quattro mesi per raccogliere i vari pareri  e poi si voterà ancora. Ma ormai la sorte della net neutrality è segnata. Anche se Tom Wheeler - il presidente della FCC che è l'estensore  della proposta ed è assolutamente a favore - cerca di rassicurare tutti. 

Wheeler's proposal is part of a larger "net neutrality" plan that forbids Internet service providers from outright blocking Web sites. And he promised a series of measures to ensure the new paid prioritization practices are done fairly and don't harm consumers. The agency said it had developed a "multifaceted dispute resolution process" on enforcement. But consumer advocates doubt the FCC can effectively enforce anti-competitive practices or ensure consumers aren't stuck with fewer choices or poorer service. They note that the FCC will only investigate complaints brought to them, and many small companies and consumers don't have resources to alert the agency.

Insomma quasi tutto è perduto. Pare.

Washington Post