Media

E nel giugno 1944 non c'era Twitter

 

False-Flash-Girl
Lance Ulanoff, un giornalista di Mashable, ha dato uno sguardo, grazie ai Google's archives -  alle altre notizie riportate dai giornali  nei giorni dello sbarco in Normandia. E ha scoperto che, in un titolino a due colonne nelle pagine interne, viene raccontata anche la storia della dattilografa inglese dell'Ap di Londra che, per un errore, mandò in rete la notizia dell'invasione che non era ancora avvenuta. 

A so-called “False Flash Girl,” based in London, had to publicly apologize to America for inadvertently sending news of the Allied invasion across AP wires before it actually happened. “I was just practicing for invasion day,” she told the AP. “I knew they would want me to be quick with the message then.” The story continues:

“I thought if I typed it out on a machine beforehand I would not be so nervous about it when the real message came, so I typed what the message would read like.” “I was operating the teleprinter machine where you punch out tape which has to run through another machine before it goes through to New York. I had intended to tear the test message off the tape.”

She didn’t and when another real and urgent message came through, she forgot about the test message and sent it through with the real one. The young woman was devastated and, it seemed, out of a job. “Well, they hinted that they didn’t want me around anymore,” she told the reporter.

Questo per dire dei pericoli della dittatura dell'istante e degli account delle agenzie sui sociali network.

Poi c'è la prima pagina del Washington Post del 6 giugno. La cosa divertente è che, nella cartina,  le direttrici dell'invasione sono quelle che i tedeschi si aspettavano e non quelle vere. Lo sbarco non fu nella zona di Calais come sembra dalla cartina, ma tra Carentan e Caen come correttamente riportato nell'articolo. 

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Mashable, Washington Post

 


Ciccio Pasticcio al New York Times ovvero il destino in una vocale

Quando ti chiami Arthur come tuo padre  solo che, a parte il Jr al posto del Sr, c'è anche un minimo cambio di vocale nel tuo soprannome che dice tutto - lui lo chiamavano Punch, tu sei chiamato Pinch - la tua strada è decisamente in salita anche se sei nato con in bocca un cucchiaio d'argento e  per diritto di nascita sei il proprietario del New York Times. E' dura essere Arthur Ochs Sulzberger Jr. Molto dura. Però a volte il figlio di Arthur Ochs Sulzberger Sr. ci mette del suo.

Solo pochi anni fa è riuscito a rendere drammaticissima la già drammatica vicenda delle dimissioni di Howell Raines - il grande direttore dei Pulitzer per l'Undici Settembre - scivolato sulla buccia di banana degli articoli plagiati di Jayson Blair (la storia, bellissima, è raccontanta benissimo da Seth Mnoonkin in Hard News). Ieri, però,  Pinch ha fatto il suo capolavoro: ha licenziato Jill Abramson, la prima direttrice donna del NYT. E lo ha fatto in modo drammatico. Di solito nelle stanze della Old Gray Lady non si licenzia un direttore. Ci si limita a ottenere le sue dimissioni e tutto finisce con un bel discorso del morituro - in questo caso della moritura - alla redazione. Ma ieri non è andata così. Il discorso lo ha fatto il fido maestro sostituto, cioè il numero due della  Abramson, Dean Baquet, che è stato nominato direttore. Per quanto ancora non si sa.

Così il povero Pinch si è trovato la redazione choccata e sono cominciati gli articoli non proprio benevoli sui motivi del licenziamento.  Ken Auletta  - uno dei giornalisti più importanti degli Stati Uniti nel campo dei media - sul New Yorker, per esempio suggerisce che la frattura tra Abramson e  i piani alti del giornale sia nata dal fatto che lei si era accorta di essere pagata molto meno del direttore precedente, Bill Keller, un decano, è vero, ma soprattutto un maschio.  Di qui le lamentere e l'accusa di essere troppo "pushy" e "emotiva". 

In più - è sempre Auletta che parla - c'erano problemi con il Ceo  Mark Thompson sulla storia del "native advertising",cioè sui pezzi scritti dallo staff del NYT, ma "sponsorizzati" dalle aziende. Ricostruzioni confermate anche da  David Folkenflik, il media reporter della NPR.  Altri contrasti - pare - siano nati per il tentativo di assunzione di un'altra donna da parte della Abramson: si tratta di Janine Gibson, la capa dell'edizione US del Guardian. Un tentativo non andato a buon fine. E un'altra stilla di comportamento sessista. Infine  la gestione della Abramson anche dal punto di vista del business è stata un successo.

Insomma un bel disastro d'immagine per Sulzberger Jr. Solo che a Sulzberger Jr. non c'è rimedio.  "E' il capitalismo, Bellezza! - direbbe Thomas Piketty - E tu non puoi farci niente. Proprio niente".

Wikipedia, New Yorker, Vox, Guardian, paferrobyday

 


I giornalisti sono pigri. Ma anche Greenwald non scherza

Oggi esce "No Place to Hide", il libro di Glenn Greenwald  sul caso Snowden. E arriva subito  - caso più unico che raro, manco fosse una serie tv - anche la traduzione italiana,  grazie alla Rizzoli. Nella recensione - decisamente positiva - che appare oggi sul NYT  Michiko Kakutani nota come lo stesso Greenwald, in un primo tempo, non avesse capito il valore dei documenti di Snowden e come la pigrizia del giornalista-attivista e la poca voglia di installare un programma di cifratura - PGP - abbia ritardato la divulgazione dei documenti sottratti da Snowden alla NSA.  D'altronde anch'io avrei qualche problema a considerare credibile l'e-mail di uno che si firma Cincinnato. Per fortuna poi ci ha pensato Laura Poitras.

In the course of this book, Mr. Greenwald describes how he received his first communication from Mr. Snowden on Dec. 1, 2012, though he had no idea who it was from. The email came from someone calling himself Cincinnatus and urged Mr. Greenwald to begin using PGP encryption so that Cincinnatus could communicate with him securely. Busy with other projects, Mr. Greenwald procrastinated about installing the encryption program, and Mr. Snowden was only able to make contact with him months later, through Ms. Poitras.  According to Mr. Greenwald, Mr. Snowden would later describe his frustration: “Here am I ready to risk my liberty, perhaps even my life, to hand this guy thousands of Top Secret documents from the nation’s most secretive agency — a leak that will produce dozens if not hundreds of huge journalistic scoops. And he can’t even be bothered to install an encryption program.”

New York Times, Amazon, IBS


Giulia Maria e il quinto quarto

Ci fu un dramma incredibile la volta in cui pubblicammo il disegno di un bue con indicate le varie parti da mangiare. [Giulia Maria Crespi] mi chiamò: "Ma sei impazzito? Un bue sulla prima pagina del Corriere?".

Intervista di Silvia Truzzi a Piero Ottone in occasione dell'uscita di Novanta. (Quasi) un secolo per chiedersi chi siamo e dove andiamo noi italiani, il suo ultimo libro. Il povero bue  non era  fit to print per Giulia Maria.

il Fatto Quotidiano


Domande senza risposta (Cairo su RCS digitale)

Quale margine di guadagno si pensa di ottenere da quei ricavi (l'ad di RCS, Scott Jovane, vuole raggiungere il 20% dei ricavi dal digitale, ndr) e qual è il costo-opportunità? Se gli utenti unici non vengono valorizzati dalla pubblicità e si cannibalizzano le copie sulla carta, dove si perdono ampi margini e ricavi pubblicitari, allora ho delle perplessità.

Intervista di Urbano Cairo oggi a Giovanni Pons su la Repubblica. Io non ho ancora trovato una risposta sensata alla domanda di Cairo. Vedo solo un sacco di gente intenta a segare il ramo dove siamo seduti. Ma deve essere una cosa tipo lemming.

Repubblica

 


Scarlett Johansson, boicottaggi virali e censure televisive

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Forse sapete della campagna che l'international Boycott, Divestment and Sanctions movement ha in atto contro Scarlett Johansson, rea di fare la testimonial a SodaStream, un'azienda che produce macchine per far diventare frizzante l'acqua. BDS -  prendendo spunto dal fatto che SodaStream ha una delle sue fabbriche nella West  Bank, cioè nei territori occupati da Israele  - sta facendo una campagna per far dimettere la Johansson dal ruolo di ambasciatrice di Oxfam (un'associazione contro la fame nel mondo) e sono partiti i meme come quello che vedete qui sopra.

 

La cosa divertente, però, è che la pubblicità con la Johansson - che potete vedere qui sopra -  non sarà trasmessa durante il Super Bowl come era stato stabilito. Potenza dei social media? No. Solo il fatto che il "Sorry, Coke and Pepsi" pronunciato dall'attrice prima del claim finale probabilmente non è andato giù alle aziende nominate (per dire la Pepsi è main sponsor del Super Bowl). 

Financial Times, KnowYourMeme, Mashable

Update:  La Johansson ha deciso di mollare il ruolo di ambasciatrice di Oxfam e il commercial sarà trasmesso al Super Bowl. Ma senza la coda con Coke e Pepsi.  (Financial Times)

 


Campbell: «Murdoch? E' come i leader dei sindacati prima della Thatcher»

Alastair Campbell - proprio lui, l'anima nera mediatica di Saint Tony  che, assieme al Prince of Darkness Peter Mandelson,  ha formato il più formidabile team di spin doctor della comunicazione politica britannica  - non crede più al potere della stampa. E vede i press baron - come Rupert Murdoch e Paul Dacre (Daily Mail),  figure che hanno dominato da destra la scena politica britannica negli ultimi anni - come dinosauri che non si sono accorti di essere a un passo dall'estinzione. 

 Seen as one of the toughest press secretaries in Downing Street of the modern era, he [Campbell, ndr] claims "the real evil of narrow concentration of press ownership by a clutch of wealthy rightwing men, most of whom do not pay taxes here, is that it leads to a narrow set of values and interests within the news agenda". He adds: "As the public know more of the way the press operate, so their power weakens, and politicians can represent the public interest, not their own or that of the media". He says the Murdoch-Dacre generation "cannot see, not least since Leveson, their similarity with union leaders in the Thatcher era, desperately clinging on to power and systems being overtaken by people demanding change. The change is happening, and will happen, in part because of public anger, campaigning by victims and activists, and also because a younger generation is better at reading the rhythms of change."

Telegraph, Guardian


Perché vendere la sede di via Solferino servirà a pochino

Il Wall Street Journal oggi dà un quadro a tinte fosche dello stato economico dei quotidiani europei. Ecco la parte che interessa l'Italia. 

In Italy, general ad spending was at a 20-year low in 2012 and state subsidies have dropped 60% since 2006, while sales of Italian newspapers are down 22% in the last five years. 

RCS Mediagroup, owner of the daily Corriere della Sera, was near bankruptcy last year, with losses of nearly €500 million. Circulation was down almost 20% since 2007. With a website that is rudimentary and largely free, it has been late in coming up with a digital strategy. Few of its print readers are subscribers, depriving it of useful marketing data. According to an Oxford University study, only 5% of Italian readers have home subscriptions to newspapers in general, compared with 25% in the U.S. Moreover, an online push has also met opposition from some journalists, who resisted writing for both the print and online version. Late last year, Corriere journalists finally agreed to write for both platforms and the integration of the newsrooms will be completed next year. But the newspaper must still cut 70 jobs in the next four years, as part of a plan to eliminate up to 800 jobs between Italy and Spain by 2015. 

In April, RCS CEO Pietro Scott Jovane presented a plan to significantly boost digital revenue, including e-commerce offerings, special Web communities and enhanced video content. He expects this to offset the decline in traditional revenue. But critics say it isn't enough. "We want a serious plan that can offer the company a future, because the current one doesn't work," Diego Della Valle, founder of Tod's group and a large shareholder in RCS, said following the plan's presentation. On Saturday, Corriere didn't hit news stands as reporters went on strike to protest the sale of the newspaper's base in central Milan—among the assets to be given up. 

Italians' relatively low Internet usage—37% of Italians have never used Internet, compared with an EU average of 22%—present a unique challenge, says Donatella Treu, CEO of Italian business daily Il Sole 24 Ore. "If other newspaper groups can offset falling ad and sales revenue with digital subscription and add-on services, in Italy we simply can't," she said in an interview. Gruppo 24 Ore, which controls the financial daily, became the first Italian daily to launch a paywall early this year, but it is still bleeding red ink.

Con questi chiari di luna la vendita della sede del Corriere in via Solferino appare per quello che è: una mossa obbligata, ma per guadagnare tempo. In attesa di un cavaliere bianco (o grigio).  

Wall Street Journal

 


I giornali sono le nuove squadre di calcio

Secondo la Lex Column del Financial Times, per un miliardario di belle speranze le testate giornalistiche sono le nuove sqadre di calcio. Costano meno e danno parecchia visibilità.

Franchises such as the Cleveland Browns football team and Los Angeles Dodgers baseball team have recently sold for prices exceeding $1bn – despite not playing for a title in years. With valuations at these levels and the pushback on cable TV prices now arriving, the maths even for plutocrats no longer works. Few individuals have a fortune large enough to spend a billion dollars and then risk losing money. Also, at those prices, the exit strategy is unclear: no deep bench of buyers exists. So consider newspapers to be the real Moneyball move. The recently acquired Washington Post and Boston Globe remain elite brands with massive, albeit declining, circulations. Both were bought by billionaires for modest sums ($250m for the Post, $70m for the Globe). Not only do the new owners become erudite men of letters, but even a small turnround affirms their status as moneymaking visionaries.

Financial Times

 


Il padrone di Amazon compra il Washington Post

Vabbè, Jeff Bezos sta per comperarsi il Washington Post - il quotidiano che ha fatto scoppiare lo scandalo Watergate, per dire - vendendo un po' di azioni di Amazon. Il prezzo è da saldo estivo: 250 milioni di dollari. Speriamo che sia un po' più lungimirante di  Barry Diller - il riccone che ha piantato un paletto di frassino nel cuore di Newsweek  - e che tenga distante con l'aglio Tina Brown.

La reazione più bella (per ora) è quella di Marc Ambinder:

 

Washington Post