Guerra in Afghanistan

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Il Reuters Institute for the Study of Journalism ha appena pubblicato una ricerca (PDF) di Laura King, a lungo corrispondente di guerra per il Los Angeles Times, sugli ultimi sviluppi del reportage di guerra. Le ricerche del Reuters Institute sono di alto livello e questa non fa eccezione. In problema è sempre quello: come fare a rimanere neutrali a partire da un punto di vista - quasi sempre quello del giornalista embedded in un reparto militare - che è decisamente parziale.

Amongst her conclusions, Laura poses the question of what can help war correspondents perceive complicated wartime events more clearly.  She believes that “the most important step would be diminished dependence on the military. ‘Unilateral’ coverage – that which is not tied to reporters travelling with military units – is difficult, dangerous and expensive. ‘Embeds’ – occasionally and judiciously undertaken – will probably remain a necessary but limited part of the reporting mix. But unless the preponderance of news coverage arises from sustained and meaningful contacts with the local population, yielding at least a modicum of cultural understanding, we are always going to get the story wrong.”

 Reuters Institute for the Study of Journalism 


E chissà cosa pensava dell'uso dei pomodori assassini islamici

C'è un limite a tutto, anche per Bin Laden. A quanto pare, per esempio,  i trattori killer con le ruote dotate di lame  erano troppo anche per  il leader in sonno di Al Qaida. Son cose che non si fanno. Chissa cosa pensava dei pomodori assassini islamici.

Bin Laden was bent on inflicting mass-casualty attacks on the West, the U.S. official said. At the same time, however, he criticized an online propaganda magazine edited by a young American in Yemen, saying the bloodthirsty tone of an article could harm al Qaeda's image among Muslims, according to the U.S. counterterror official. The magazine, called Inspire, "apparently discussed using a tractor or farm vehicle in an attack outfitted with blades or swords as a fearsome killing machine," the official said. "Bin Laden said this is something he did not endorse. He seems taken aback. He complains that this tactical proposal promotes indiscriminate slaughter. He says he rejects this and it is not something that reflects what al Qaeda does."

propublica


Osama as Couch Potato

[...] what has emerged so far, in interviews with United States and Pakistani military and intelligence officials and Bin Laden’s neighbors in the middle-class hamlet where he had been hiding, is a portrait of an isolated man, perhaps a little bored, presiding over family life while plotting mayhem — still desperate to be heard, intent on outsize influence, musing in his handwritten notebooks about killing more Americans.

Magari aveva anche la glicemia alta. Il resto del magnifico articolo di Elisabeth Bumiller, Carlotta GallSalman Masood sul New York Times è qui.

New York Times

 


Debole 'sta cippa

Forse il più grosso guadagno strategico che Barack Obama può fin d'ora capitalizzare - a partire dal blitz in cui è stato ucciso Obama bin Laden - è  dato dal fatto  - come nota il New York Times - di non poter essere più accusato di "debolezza" e di non poter essere più considerato un "apprendista presidente". Ora i galloni di "commander in chief" se li è guadagnati sul campo e sarà difficile mettere in dubbio la sua competenza. E questo - a prescindere dal prevedibile balzo dei sondaggi (dal 46% al 57%, secondo quello promosso da NYT e CBS News) che, per valere qualcosa, devono essere consolidati nel lungo periodo - può davvero essere un punto a favore della sua rielezione nel 2012.

New York Times, Washington Post


Sedie musicali (posti nella storia version)

Con l’uccisione di Osama Bin Laden il presidente degli Stati Uniti Barack Obama «ha conquistato un posto nella Storia»: ne è convinto l’ex sindaco di New York al momento degli attacchi dell’11 Settembre, Rudy Giuliani, che lo ha detto rispondendo oggi alle domande della Cnbc in diretta da Ground Zero.

Ansa


Twitter e pizzini

Solo due piccole considerazioni sulla copertura media della morte di Bin Laden

  • Bin Laden viveva in una villa confortevole, a pochi chilometri dalla capitale pakistana, vicino a una delle basi più importanti dell'esercito pakistano. Ma era "disconesso": niente telefono e niente internet, troppo "tracciabili". Alla fine gli americani l'hanno trovato individuando il corriere che portava avanti e indietro i suoi messaggi  e hanno colpito senza dir nulla ai pakistani.
  • La prima rottura dell'embargo sulla notizia - l'operazione è stata programmata nell'ultimo mese tra battaglia sul budget, disastri dei tornado e polemiche dei birther - è avvenuta su twitter da Keith Urbahn, un membro dell'ex Amministrazione Bush.

New York Times, CNet


Raising Hope (la parte difficile)

David Remnick - il direttore del New Yorker - è andato a riprendere le dichiarazioni di Barack Obama - allora un politico di belle speranze di Chicago - ai tempi dell'attentato alle Twin Towers. Lette ora ci fanno capire che - ora che la parte semplice, cioè la distruzione fisica di Al Qaida,  è simbolicamente conclusa - la parte difficile è ancora tutta da fare. E le rivoluzioni che stanno scuotendo il mondo musulmano  sono forse la sfida più difficile della sua presidenza.

The day of Osama’s death is a great relief, a moment of real justice. It is no less joyful to know that at the root of the “Arab Spring” is a yearning to end tyranny, not to bring it on in its most fundamentalist forms. But the work of conquering bin Ladenism does not end with the work of killing bin Laden. The fight against obscurantism and terror remains infinitely complex and demands, among other things, political leadership that acknowledges the importance of mind and heart, as well as muscle.

New Yorker

 


WikiWikiLeaksLeaks

Il New York Times e il  Guardian questa volta hanno dovuto fare a meno dei documenti di WikiLeaks  su Guantánamo (probabilmente per i litigi continui con Julian Assange), ma una manina anonima ha fatto in modo che le carte arrivassero comunque in redazione. E per fortuna,  visto che  i due giornali esclusi dal pool hanno comunque prodotto gli articoli più approfonditi.

In this latest round of leaks, WikiLeaks lists as its news partners The Washington Post, The McClatchy Company, Spanish newspaper El Pais, Britain’s The Daily Telegraph, Germany’s Der Spiegel, France’s Le Monde, the daily Swedish tabloid Aftonbladet, Italy’s la Repubblica and the weekly newsmagazine L’espresso, and British journalist Andy Worthingon, who has written extensively on Guantánamo and Bagram. Instantly noteworthy: While WikiLeaks regulars Der Spiegel, Le Monde, and El Pais are still in the loop, The New York Times has once again been cut out—and for the first time, The Guardian too has been ignored by Assange’s organization. However, both papers have still managed to produce substantial packages—perhaps the most substantial of any published overnight—on the Guantánamo files.

Columbia Journalism Review


The Guantánamo Files

Oggi sono stati pubblicati una nuova serie di documenti classificati provenienti da WikiLeaks relativi alla prigione di Guantánamo. La cosa interessante - almeno per chi analizza i media - sono i differenti "topic" scelti dalla testate giornalistiche che compongono il team per mettere in pagina gli stessi documenti.

  • Qui la copertura del New York Times, molto attenta agli aspetti legali e di sicurezza nazionale.
  • Qui quella del Guardian, molto più puntata sui detenuti inglesi e sulle storie di "human interest"
  • Qui quella di Le Monde attenta agli "errori giudiziari"
  • Qui quella di El País che punta sulla mancanza di prove per la maggior parte dei detenuti.

New York Times, Guardian, Le Monde, El País