Giornalismo

Alan Friedman, Paul Manafort e Romano Prodi

Stasera sul New York Times Jason Horowitz (@jasondhorowitz) ricostruisce la storia della triangolazione - a favore di Viktor Yanukovich, l'ex dittatore filorusso dell'Ucraina - tra Paul Manaford (che per questo è  in custodia cautelare negli States, nell'ambito di un procedimento nato dall'inchiesta sul Russiagate), Alan Friedman e Romano Prodi, autore di un editoriale sul NYT che non si capisce da chi sia stato scritto. 

Prodi non ci fa una gran figura, ma la cosa più divertente  è il giudizio tranchant di Horowitz riguardo a Friedman:

[...] Mr. Friedman stopped being a reporter long ago. Instead, he has become an American exemplar of Italy’s transactional culture, its sometimes provincial sensitivity to the view from abroad and its porous lines between journalists, publicists and political operatives.

Insomma, volano gli stracci. Quindi è un pezzo da leggere.

L'articolo di Horowitz su Alan Friedman, Paul Manford e Romano Prodi lo trovate qui

New York Times


Giornalismo anglosassone

Di solito nelle prime lezioni del corso che tengo all'università parlo di modelli di giornalismo secondo lo schema di Paolo Mancini e Daniel Hallin e cerco di fare vedere le differenze principali tra giornalismo italiano (inserito nel modello pluralista-polarizzato da Mancini-Hallin) - molto opinionated, poco professionalizzato nonostante l'esistenza dell'Ordine dei giornalisti e con scarso interesse alla distinzione tra cronaca e commento - e quello americano (inserito nel modello anglosassone).

Però come sempre accade le teorizzazioni - anche quelle solide, come quelle di Mancini e Hallin-  non danno conto della realtà delle cose. Se facessimo la storia del giornalismo anglossassone a partire dai tabloid (e si può fare, visto che ci sono dei testi favolosi, quelli di Martin Conboy o di Kevin Williams per la Gran Bretagna) le cose sarebbero parecchio differenti.

Per esempio questa è la prima pagina  del Daily News  - non l'ultimo dei tabloid USA  - di oggi.

NY_DN

Una cosa da far sembrare le prime del Giornale, del Fatto Quotidiano e di Libero pagine da giornale per educande. Eppure anche questo è giornalismo anglossassone. E con una grande tradizione.

paferrobyday


Michael Isikoff a Yahoo News, ovvero il giornalismo di carta è morto

Michael Isikoff, uno dei più famosi giornalisti  investigativi americani, una delle colonne di Newsweek (quando il settimanale era ancora vivo) e ora alla NBC, è stato assunto da Yahoo News.

L'ennesimo grande nome che passa al giornalismo digitale (e nemmeno in una start up, ma grazie a un gigante con tanti acciacchi come Yahoo) direte voi. Vero. Però c'è il fatto che Isikoff era il giornalista che aveva in mano uno dei più grandi scoop del secolo scorso - la storia di Monica Lewinsky e Bill Clinton - e se la fece scippare da Matt Drudge - il compilatore unico di Drudge Report - perché l'editorial board di Newsweek non era convinto della storia (e mancavano ancora conferme da fonti indipendenti). Drudge chiaramente non aveva un editorial board e delle fonti indipendenti se ne fregava. Così Newsweek dovette pubblicare la storia di Isikoff dopo Drudge. E sul sito del Washington Post (che allora possedeva il settimanale) perché non aveva una propria pagina internet. Per dire quanto tempo è passato. 

E ora Isikoff, all'alba dei 62 anni (in Italia a quest'età si è da anni prepensionati a prescindere dalla capacità professionale), va a Yahoo News che ormai è considerato tipo la Florida dei giornalisti con una buona visibilità e una grande carriera dietro le spalle. Un cerchio che si chiude. Intanto la storia va avanti. Da qualche altra parte, probabilmente.

New York Times, paferrobyday


E nel giugno 1944 non c'era Twitter

 

False-Flash-Girl
Lance Ulanoff, un giornalista di Mashable, ha dato uno sguardo, grazie ai Google's archives -  alle altre notizie riportate dai giornali  nei giorni dello sbarco in Normandia. E ha scoperto che, in un titolino a due colonne nelle pagine interne, viene raccontata anche la storia della dattilografa inglese dell'Ap di Londra che, per un errore, mandò in rete la notizia dell'invasione che non era ancora avvenuta. 

A so-called “False Flash Girl,” based in London, had to publicly apologize to America for inadvertently sending news of the Allied invasion across AP wires before it actually happened. “I was just practicing for invasion day,” she told the AP. “I knew they would want me to be quick with the message then.” The story continues:

“I thought if I typed it out on a machine beforehand I would not be so nervous about it when the real message came, so I typed what the message would read like.” “I was operating the teleprinter machine where you punch out tape which has to run through another machine before it goes through to New York. I had intended to tear the test message off the tape.”

She didn’t and when another real and urgent message came through, she forgot about the test message and sent it through with the real one. The young woman was devastated and, it seemed, out of a job. “Well, they hinted that they didn’t want me around anymore,” she told the reporter.

Questo per dire dei pericoli della dittatura dell'istante e degli account delle agenzie sui sociali network.

Poi c'è la prima pagina del Washington Post del 6 giugno. La cosa divertente è che, nella cartina,  le direttrici dell'invasione sono quelle che i tedeschi si aspettavano e non quelle vere. Lo sbarco non fu nella zona di Calais come sembra dalla cartina, ma tra Carentan e Caen come correttamente riportato nell'articolo. 

Bpc3LncIUAAk-8C.jpg-large

Mashable, Washington Post

 


Ciccio Pasticcio al New York Times ovvero il destino in una vocale

Quando ti chiami Arthur come tuo padre  solo che, a parte il Jr al posto del Sr, c'è anche un minimo cambio di vocale nel tuo soprannome che dice tutto - lui lo chiamavano Punch, tu sei chiamato Pinch - la tua strada è decisamente in salita anche se sei nato con in bocca un cucchiaio d'argento e  per diritto di nascita sei il proprietario del New York Times. E' dura essere Arthur Ochs Sulzberger Jr. Molto dura. Però a volte il figlio di Arthur Ochs Sulzberger Sr. ci mette del suo.

Solo pochi anni fa è riuscito a rendere drammaticissima la già drammatica vicenda delle dimissioni di Howell Raines - il grande direttore dei Pulitzer per l'Undici Settembre - scivolato sulla buccia di banana degli articoli plagiati di Jayson Blair (la storia, bellissima, è raccontanta benissimo da Seth Mnoonkin in Hard News). Ieri, però,  Pinch ha fatto il suo capolavoro: ha licenziato Jill Abramson, la prima direttrice donna del NYT. E lo ha fatto in modo drammatico. Di solito nelle stanze della Old Gray Lady non si licenzia un direttore. Ci si limita a ottenere le sue dimissioni e tutto finisce con un bel discorso del morituro - in questo caso della moritura - alla redazione. Ma ieri non è andata così. Il discorso lo ha fatto il fido maestro sostituto, cioè il numero due della  Abramson, Dean Baquet, che è stato nominato direttore. Per quanto ancora non si sa.

Così il povero Pinch si è trovato la redazione choccata e sono cominciati gli articoli non proprio benevoli sui motivi del licenziamento.  Ken Auletta  - uno dei giornalisti più importanti degli Stati Uniti nel campo dei media - sul New Yorker, per esempio suggerisce che la frattura tra Abramson e  i piani alti del giornale sia nata dal fatto che lei si era accorta di essere pagata molto meno del direttore precedente, Bill Keller, un decano, è vero, ma soprattutto un maschio.  Di qui le lamentere e l'accusa di essere troppo "pushy" e "emotiva". 

In più - è sempre Auletta che parla - c'erano problemi con il Ceo  Mark Thompson sulla storia del "native advertising",cioè sui pezzi scritti dallo staff del NYT, ma "sponsorizzati" dalle aziende. Ricostruzioni confermate anche da  David Folkenflik, il media reporter della NPR.  Altri contrasti - pare - siano nati per il tentativo di assunzione di un'altra donna da parte della Abramson: si tratta di Janine Gibson, la capa dell'edizione US del Guardian. Un tentativo non andato a buon fine. E un'altra stilla di comportamento sessista. Infine  la gestione della Abramson anche dal punto di vista del business è stata un successo.

Insomma un bel disastro d'immagine per Sulzberger Jr. Solo che a Sulzberger Jr. non c'è rimedio.  "E' il capitalismo, Bellezza! - direbbe Thomas Piketty - E tu non puoi farci niente. Proprio niente".

Wikipedia, New Yorker, Vox, Guardian, paferrobyday

 


I giornalisti sono pigri. Ma anche Greenwald non scherza

Oggi esce "No Place to Hide", il libro di Glenn Greenwald  sul caso Snowden. E arriva subito  - caso più unico che raro, manco fosse una serie tv - anche la traduzione italiana,  grazie alla Rizzoli. Nella recensione - decisamente positiva - che appare oggi sul NYT  Michiko Kakutani nota come lo stesso Greenwald, in un primo tempo, non avesse capito il valore dei documenti di Snowden e come la pigrizia del giornalista-attivista e la poca voglia di installare un programma di cifratura - PGP - abbia ritardato la divulgazione dei documenti sottratti da Snowden alla NSA.  D'altronde anch'io avrei qualche problema a considerare credibile l'e-mail di uno che si firma Cincinnato. Per fortuna poi ci ha pensato Laura Poitras.

In the course of this book, Mr. Greenwald describes how he received his first communication from Mr. Snowden on Dec. 1, 2012, though he had no idea who it was from. The email came from someone calling himself Cincinnatus and urged Mr. Greenwald to begin using PGP encryption so that Cincinnatus could communicate with him securely. Busy with other projects, Mr. Greenwald procrastinated about installing the encryption program, and Mr. Snowden was only able to make contact with him months later, through Ms. Poitras.  According to Mr. Greenwald, Mr. Snowden would later describe his frustration: “Here am I ready to risk my liberty, perhaps even my life, to hand this guy thousands of Top Secret documents from the nation’s most secretive agency — a leak that will produce dozens if not hundreds of huge journalistic scoops. And he can’t even be bothered to install an encryption program.”

New York Times, Amazon, IBS


Giulia Maria e il quinto quarto

Ci fu un dramma incredibile la volta in cui pubblicammo il disegno di un bue con indicate le varie parti da mangiare. [Giulia Maria Crespi] mi chiamò: "Ma sei impazzito? Un bue sulla prima pagina del Corriere?".

Intervista di Silvia Truzzi a Piero Ottone in occasione dell'uscita di Novanta. (Quasi) un secolo per chiedersi chi siamo e dove andiamo noi italiani, il suo ultimo libro. Il povero bue  non era  fit to print per Giulia Maria.

il Fatto Quotidiano


Domande senza risposta (Cairo su RCS digitale)

Quale margine di guadagno si pensa di ottenere da quei ricavi (l'ad di RCS, Scott Jovane, vuole raggiungere il 20% dei ricavi dal digitale, ndr) e qual è il costo-opportunità? Se gli utenti unici non vengono valorizzati dalla pubblicità e si cannibalizzano le copie sulla carta, dove si perdono ampi margini e ricavi pubblicitari, allora ho delle perplessità.

Intervista di Urbano Cairo oggi a Giovanni Pons su la Repubblica. Io non ho ancora trovato una risposta sensata alla domanda di Cairo. Vedo solo un sacco di gente intenta a segare il ramo dove siamo seduti. Ma deve essere una cosa tipo lemming.

Repubblica

 


Great Expectations

 

Pierre Omidyar, il miliardario fondatore di eBay, spiega in prima persona cosa sarà First Look Media, la media company che ha deciso di fondare con Gleen Greenwald e altri attivisti-giornalisti.  Che dire? Se funziona è più meno il paradiso.

Fist Look Media